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Intorno a L’ALBERGO DEI POVERI

Incontro con Massimo Popolizio e la compagnia. Un dialogo sul grande dramma corale tratto dall'opera di Maksim Gor’kij, che si potrebbe definire shakespeariano nel suo sapiente dosaggio di pathos, denuncia sociale, amara comicità, riflessione filosofica e morale sul destino umano... Locandina Incontro con Massimo Popolizio e la compagnia.

Intorno a L’ALBERGO DEI POVERI2024-04-16T12:13:44+02:00

BOBBY WATSON Quintet (1° set) / FAMOUDOU DON MOYE “Plays Art Ensemble of Chicago” (2° set)

BOBBY WATSON Quintet BOBBY WATSON sax alto WALLACE RONEY JR tromba JORDAN WILLIAMS pianoforte CURTIS LUNDY contrabbasso VICTOR JONES batteria Non è facile trovare un aggettivo che descriva adeguatamente uno come Bobby Watson, veterano di mille battaglie musicali, apparso prepotentemente sulle scene sul finire degli anni Settanta, quando, dal 1977 e fino al 1981, ha fatto parte dei Jazz Messengers di Art Blakey. Della band del grande batterista, considerata l’università del jazz per antonomasia, è stato anche direttore musicale, imprimendovi la propria verve e mettendosi in piena luce sia come solista che come compositore. Da allora la sua carriera si è snodata tra svariate altre collaborazioni, numerose incisioni realizzate nelle vesti di leader, diverse delle quali realizzate per l’italiana Red Records (Appointment in Milano, Round Trip, Love Remains, tra le altre), e formazioni di varia foggia tra cui il notevole 29th Street Saxophone Quartet. Ovunque il sassofonista di Lawrence, Kansas, dove è nato nel 1953, ha lasciato il segno della propria espressività, forgiata nel solco della più schietta scuola di estrazione boppistica ma tutt’altro che priva di personalità. Oggi, superata da poco la soglia dei 70 anni, Bobby Watson può essere considerato un “classico”, ma nelle sue vene continua a scorrere un flusso di energia che lo mantiene ai vertici del sassofonismo contemporaneo. Del quintetto con il quale si presenta per la prima volta a Bergamo Jazz, fanno parte musicisti di vasta esperienza come il contrabbassista Curtis Lundy e il batterista Victor Jones, e giovani talentuosi come il pianista Jordan Williams e il trombettista Wallace Roney Jr, vero figlio d’arte, nato dal matrimonio tra i compianti Wallace Roney e Geri Allen. FAMOUDOU DON MOYE “Plays Art Ensemble of Chicago” 50th Anniversary: The Bergamo Concert FAMOUDOU DON MOYE batteria e percussioni MOOR MOTHER voce, spoken words, electronics EDDY KWON violino SIMON SIEGER pianoforte e trombone JUNIUS PAUL contrabbasso e basso elettrico DUDÙ KOUATE voce, african percussion, water pumpkins drums, talking drum, ‘ngoni Era il 20 marzo del 1974 quando l’Art Ensemble of Chicago tenne al Teatro Donizetti uno dei suoi primi concerti italiani. Un concerto passato alla storia del festival jazz di Bergamo, ma non solo. Un concerto che ebbe sul pubblico e tra gi addetti ai lavori un effetto dirompente, provocando animate discussioni i cui echi non sono mai del tutto svaniti, pur via via mitigati dal trascorrere del tempo. E in concomitanza con la ricorrenza del 50esimo anniversario di quel concerto, Famoudou Don Moye torna a calcare il palcoscenico del Donizetti per rendere omaggio a coloro con i quali ha condiviso l’esperienza dell’Art Ensemble of Chicago, a Lester Bowie, a Joseph Jarman, a Malachi Favors, componenti, insieme a Roscoe Mitchell e allo stesso batterista e percussionista, di una delle formazioni più longeve e creative dell’intera storia del jazz.  Il tutto nel solco di quel rituale sonoro dal forte potere evocativo che Don Moye ripropone in modo personale reinterpretando e plasmando la musica dell’Art Ensemble attraverso il suo straordinario vissuto e valorizzando il progetto stesso con la presenza e l’apporto di

BOBBY WATSON Quintet (1° set) / FAMOUDOU DON MOYE “Plays Art Ensemble of Chicago” (2° set)2024-02-29T17:49:15+01:00

JOHN SCOFIELD “Yankee Go Home” (1° set) / MIGUEL ZENÓN Quartet (2° set)

JOHN SCOFIELD “Yankee Go Home” featuring VICENTE ARCHER, JON COWHERD & JOSH DION JOHN SCOFIELD chitarra JON COWHERD pianoforte VICENTE ARCHER contrabbasso JOSH DION batteria Alla quinta apparizione a Bergamo Jazz, sempre con gruppi diversi, la prima nel 1991 con il quartetto in cui militava Joe Lovano e l’ultima nel 2013 in trio con Larry Goldings e Greg Hutchinson, John Scofield propone questa volta un suo viaggio personale tra la musica a stelle e strisce. Da qui il nome del quartetto, che in modo un po’ autoironico ma anche affettuoso gioca con la parola “yankee”. «Questa band suona roots-rock-jazz, se devo necessariamente definire la musica che suoniamo, anche se detesto farlo!», racconta lo stesso chitarrista originario di Dayton, Ohio, «Il concetto è quello di proporre cover di brani rock e folk iconici, oltre ad alcune mie composizioni scritte partendo da queste musiche. È un modo per riconnettermi con le mie radici di quando ero adolescente, naturalmente ora intrise dei miei 50 anni di pratica jazzistica». E sui tre partner che lo coadiuvano in questa avventura dice: «Sono musicisti straordinariamente versatili, capaci anche di interagire tra loro. Insieme esploriamo il rock, il funk, il country, il jazz e ci divertiamo moltissimo a farlo. Sono entusiasta di questa band!». Per dare un’idea, ecco un po’ dei pezzi che Scofield e i suoi amano suonare: “Old Man” e “Only Love Can Break Your Heart” di Neil Young, “The Creator Has A Master Plan” di Pharoah Saunders, uno dei portabandiera dello spiritual jazz, “Uncle John's Band” e “Estimated Prophet” dei Grateful Dead, “Somewhere” di Leonard Bernstein, “Jesus Children of America” di Stevie Wonder, “Not Fade Away” di Buddy Holly, “The Grand Tour” del countryman George Jones. Alcuni di questi brani fanno anche capolino nell’ultimo album registrato da John Scofield per ECM, Uncle John's Band, disco che prende il nome proprio dal celebre brano del gruppo di Jerry Garcia e nel quale compare lo stesso Vicente Archer, insieme al batterista Bill Stewart. A far da collante, nel disco come dal vivo, è in ogni caso lo stile inconfondibile, dalle palpabili venature bluesy, di uno dei giganti della chitarra jazz di oggi. MIGUEL ZENÓN QUARTET MIGUEL ZENÓN sax alto LUIS PERDOMO pianoforte HANS GLAWISCHNIG contrabbasso DAN WEISS batteria Sul palcoscenico del Teatro Donizetti ci è già salito una volta, nel 2010 insieme al San Francisco Jazz Collective, quando era ancora un talento emergente. Ora Miguel Zenón si presenta nelle vesti di autorevole leader di un rodato quartetto che è tra le punte di diamante della attuale scena del latin jazz, ma non solo. Nato e cresciuto a San Juan, capitale di Porto Rico, Miguel Zenón è oggi, infatti, uno dei maggiori contraltisti in circolazione, nel cui fraseggio fluente si rileva una profonda conoscenza del linguaggio jazzistico, e nella sua musica c’è un po’ tutto il patrimonio delle musiche d’America. Non a caso uno dei suoi album più riusciti si intitola Música de Las Américas, a simboleggiare una sintesi tra suoni e ritmi nati in luoghi

JOHN SCOFIELD “Yankee Go Home” (1° set) / MIGUEL ZENÓN Quartet (2° set)2024-03-23T14:26:35+01:00

ABDULLAH IBRAHIM piano solo (1° set) / MODERN STANDARDS SUPERGROUP (2° set)

ABDULLAH IBRAHIM piano solo ABDULLAH IBRAHIM pianoforte Torna a Bergamo, a distanza di quasi 50 anni dalla prima precedente esibizione, uno dei simboli della musica sudafricana e della lotta contro l’Apartheid a suon di musica. Nato a Città del Capo il 9 ottobre del 1934, Abdullah Ibrahim, che all’epoca era noto con il nome di Dollar Brand, suonò al Teatro Donizetti la prima sera dell’edizione 1975 del festival conquistando il pubblico con quella forza evocativa che anche oggi pervade la sua musica. La sua biografia è illuminante del percorso artistico e umano di cui il pianista è stato protagonista. Emerso alla fine degli anni Cinquanta prima con un proprio trio e poi con i Jazz Epistles, formazione seminale del jazz sudafricano di cui faceva parte tra gli altri anche il trombettista Hugh Masekela, scelse poi la via dell’esilio prima in Europa e poi negli Stati Uniti per sfuggire alla discriminazione razziale nel suo Paese. Tra i primi ad accorgersi del suo talento e della profondità della sua musica fu Duke Ellington. Gli anni Sessanta e quindi il decennio successivo, grazie anche ad album quali Ancient Africa e African Piano, lo consacrarono tra le figure preminenti del jazz del periodo. Posizione mantenuta anche successivamente alla guida di gruppi come gli Ekaya. Rientrato in Sudafrica nel 1990, su invito di Nelson Mandela dopo la sua scarcerazione, Abdullah Ibrahim non è venuto mai meno al suo ruolo di vessillo di una musicalità profondamente legata alle proprie radici e portatrice di messaggi universali. Anche in un album recente come Solotude del 2021 si coglie infatti appieno la poetica di un musicista di rara sensibilità. MODERN STANDARDS SUPERGROUP featuring ERNIE WATTS, NIELS LAN DOKY, FELIX PASTORIUS, HARVEY MASON ERNIE WATTS sassofoni NIELS LAN DOKY pianoforte FELIX PASTORIUS basso elettrico HARVEY MASON batteria Un autentico supergruppo: come recita la stessa intestazione, non si può definire altrimenti il quartetto che schiera quattro carismatiche personalità come Ernie Watts, Niels Lan Doky, Felix Pastorius e Harvey Mason. Un vero poker d’assi, detto in altre parole, ideato nel 2022 (con Bill Evans al sax e Darryl Jones al basso) in occasione di un tour dal quale verrà poi tratto un album nel quale figurano, oltre a composizioni originali, riletture di brani di disparata provenienza, a testimonianza di dove va a parare il concetto di modernità espresso dal quartetto, da “Smells Like A Teen Spirit” dei Nirvana a “Black Hole Sun” dei Soundgarden, da “Dancing Barefoot” di Patti Smith a “Jean Pierre” di Miles Davis. Ernie Watts, il più anziano dei quattro, classe 1945, è uno dei sassofonisti più richiesti sia in ambito jazz che rock e pop: ha militato nel mirabile Quartet West di Charlie Haden, con il quale si è esibito a Bergamo Jazz nel 2000, e nella GRP All Stars Big Band, oltre ad aver suonato in tour con I Rolling Stones e registrato con Frank Zappa (The Grand Wazoo), Earth Wind & Fire, Stanley Clarke, Carole King, Glenn Frey, Steely Dan, Joe Cocker e un’infinità di

ABDULLAH IBRAHIM piano solo (1° set) / MODERN STANDARDS SUPERGROUP (2° set)2024-02-29T17:56:51+01:00

La Duchessa del Bal Tabarin

È il 1914. Siamo in piena guerra mondiale, Lombardo, forse a corto di nuovi soggetti, pensò di rivisitare un’operetta di un compositore poco conosciuto, un certo Bruno Granichstaedten, dal titolo Majestat Mimì, che divenne, dopo una sapiente elaborazione dello spartito e la stesura di un copione molto divertente, La Duchessa del Bal Tabarin, un’operetta che diede grandi soddisfazioni al suo autore e, soprattutto, gli fece guadagnare fior di milioni. Si tratta di un’operetta molto particolare perché è la prima in cui compare la soubrette all’italiana con l’aria di entrata di Frou Frou, alias la consorte poco fedele del duca di Pontarcy, Ministro delle Comunicazioni Telefoniche. Il motivo divenne popolarissimo così come il duetto comico “Ah, come si sta ben” e non ci fu compagnia di operette in Italia che non annoverasse nel suo repertorio questo titolo. Tutte le soubrette volevano essere il personaggio di Frou-Frou e famosa è rimasta l’interpretazione della seducente Gea della Garisenda. La regia rispetta il più possibile la filologia e la dignità dello spettacolo ricreando l’atmosfera e il gusto dei primi del Novecento, con una particolare attenzione alle voci liriche che hanno a che fare con uno spartito impegnativo a livello vocale, se pur nella cantabilità e orecchiabilità dei valzer di gusto viennese. La duchessa del Bal Tabarin, titolo sicuramente meno conosciuto rispetto a La vedova allegra, vale la pena di essere riscoperto anche nella sua curata partitura musicale (fondamentale l’elemento dell’esecuzione dal vivo). Frou Frou è la chanteuse del Bal Tabarin di Parigi, di cui s’innamora il duca di Pontarcy, che la sposa facendole promettere fedeltà per almeno sei mesi. Frou Frou accetta, ma presto s’annoia e rimpiange la vita di prima, allegra e frivola. Così organizza il suo rientro al tabarin con il suo prossimo amante proprio la stessa notte che conclude il periodo di fedeltà obbligatoria, decisa a tradire il marito. Anche il duca si reca al Tabarin con una sua giovane fiamma e tra equivoci comici e situazioni paradossali si arriverà all’epilogo. Locandina operetta in tre atti di L. Bard su libretto di Franci regia Elena D’Angelo coreografie Martina Ronca direttore d'orchestra Marcella Tessarin Orchestra e Corpo di Ballo Compagnia Elena D’Angelo allestimento e costumi Grandi Spettacoli con Elena D’Angelo, Matteo Mazzoli, Alessandro Fantoni, Merita Dileo, Gianni Versino, Stefano Menegale, Maresa Pagura, Carlo Randazzo, Paola Scapolan, Fabio Vivarelli e Gaia Bellunato produzione Compagnia di Operette Elena D’Angelo Durata 135' compreso intervallo

La Duchessa del Bal Tabarin2024-02-29T16:11:41+01:00

L’angelo della Storia

Premio UBU “Miglior spettacolo dell'anno 2022” Nel suo ultimo lavoro il filosofo Walter Benjamin descrive un angelo che vola con lo sguardo rivolto al passato, dando le spalle al futuro: le macerie di edifici e ideologie si accumulano davanti ai suoi occhi e l’angelo vorrebbe fermarsi a ricomporre i detriti, ma una tempesta gonfia le sue ali e lo trascina inesorabilmente in avanti: questa tempesta è ciò che chiamiamo progresso. Per quanto l’angelo osservi il susseguirsi degli eventi [mani sui tasti di un pianoforte, funghi atomici, cartoline nella giungla] e cerchi di resistere alla tempesta, non può fermarsi e intervenire, non può rincollare i pezzi e rifondare una realtà condivisa, non può fare assolutamente nulla per aiutarci – se non altro perché gli angeli non esistono. Quale altro essere senziente potrebbe provare a ricomporre l’infranto,  smontare le narrazioni e – volando o meno – finalmente girarsi per proiettare lo sguardo in avanti? L’Angelo della Storia assembla aneddoti storici di secoli e geografie differenti, gesti che raccontano le contraddizioni di intere epoche, azioni che suscitano spaesamento o commozione, momenti che in una parola potremmo definire paradossali. Ispirandoci a quelle che il filosofo Walter Benjamin chiamava costellazioni svelate, proviamo a raccontare questi episodi mettendoli in risonanza col presente, componendo una nostra personale mappa del paradosso fatta di microstorie, istanti sospesi, momenti fatali di persone illustri o sconosciute: fatti e pensieri lontani fra loro ma uniti da quella tela di narrazioni, credenze, miti e ideologie che secondo lo storico Yuval Noah Harari compongono la materia stessa di cui è fatta la Storia. Oggi che la complessità ci richiede immaginari inediti e nuovi processi cognitivi, ci piace pensare che a teatro si possano recuperare narrazioni e circostanze a cui Sapiens ha aderito nei millenni, smontarle, ricombinarle, prenderne distanza allontanandoci nel tempo e cercare almeno un po’ di quella vertigine che coglie un astronauta quando osserva la Terra allontanandosi nello spazio. Locandina creazione Sotterraneo ideazione e regia Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Daniele Villa in scena Sara Bonaventura, Claudio Cirri, Lorenza Guerrini, Daniele Pennati, Giulio Santolini scrittura Daniele Villa luci Marco Santambrogio costumi Ettore Lombardi suoni Simone Arganini montaggio danze Giulio Santolini responsabile produzione Eleonora Cavallo assistente produzione Daniele Pennati responsabile amministrativa Federica Giuliano produzione Sotterraneo coproduzione Marche Teatro, ATP Teatri di Pistoia Centro di Produzione Teatrale, CSS Teatro stabile di innovazione del FVG, Teatro Nacional de Lisboa D. Maria II contributo Centrale Fies, La Corte Ospitale, Armunia col supporto di Mic, Regione Toscana, Fondazione CR Firenze Durata 85' senza intervallo

L’angelo della Storia2024-04-24T12:13:29+02:00

Mio padre

Domenica 6 maggio 1945, alle 10 e tre quarti, mio padre, nome di battaglia Bepi, mio zio Vladimiro e il tenente degli alpini Stelio Luconi - medaglia d’oro al valor militare in Russia - scoprono di aver vinto la Seconda Guerra Mondiale. Quando è morto mio padre, mi sono svegliato di colpo, come ci si sveglia dopo una festa in cui non ti divertivi e hai bevuto anche il profumo in bagno. È mattina, ti svegli e stai male, ma il peggio è che non ti ricordi niente, e c'è un casino da mettere a posto. E tuo papà, che era bravo a mettere a posto, non c'è più. Così sono finiti i miei favolosi anni Novanta. La fine di una festa, la nascita di una nuova consapevolezza. Come Telemaco, ma più vecchio e sovrappeso, mi sono messo alla ricerca di mio padre e della sua storia di partigiano, e prigioniero, ma più ancora della sua Odissea di ritorno in un'Italia devastata dalla guerra. Sperando di trovare un insegnamento su come si mettono a posto le cose. Andrea Pennacchi Teatrista dal 1993, è autore di numerose opere teatrali tra le quali Eroi, Mio padre - appunti sulla guerra civile, Una Piccola Odissea. Coprotagonista della serie Petra per Sky e Tutto chiede salvezza per Netflix, ha recitato in diversi film, tra cui Io sono Lì e Welcome Venice, entrambi per la regia di Andrea Segre, ne La sedia della felicità a firma di Carlo Mazzacurati, e in Suburra diretto da Stefano Sollima. Nel 2018 recita l'ormai noto monologo This is Racism - Ciao terroni, grazie al quale viene convocato come ospite fisso a Propaganda Live (La7). Ha pubblicato Pojana e i suoi fratelli, La guerra dei Bepi, La storia infinita del Pojanistan (People, 2020 e 2021), Shakespeare and me (People, 2022), Eroi, (People, 2023). Nel 2023 vince il Nastro d’Argento come miglior attore non protagonista per la serie Tutto chiede salvezza. La compagnia Teatro Boxer dal 2004, anno della sua nascita, ha realizzato diverse attività nel campo teatrale. Guidata dall’autore e attore padovano Andrea Pennacchi, dottore di ricerca in linguistica, filologia e letterature anglo – germaniche, Teatro Boxer produce spettacoli di prosa e lezioni – spettacolo per ragazzi delle superiori, distribuite grazie alla collaborazione con il circuito Arteven. In oltre dieci anni di attività ha portato in scena molti spettacoli, tra i quali: Trincee: risveglio di primavera, Eroi – finalista al Premio off del Teatro Stabile del Veneto – Raixe storte, Quel veneto di Shakespeare, Lacrime d’amianto, Imprenditori e Cena con l'apocalisse, scritta a quattro mani con Natalino Balasso. Ultimo monologo di Pennacchi Mio padre, appunti sulla guerra civile. Numerose le sue lezioni spettacolo per i ragazzi delle superiori: Una feroce primavera, Viva Verdi!, Galileo - Le montagne della luna e altri miracoli, Capitan Salgari alla riscossa, Il Tao di Bruce Lee (un drago in giardino). Insieme a Francesco Gerardi e con la guida di Gigi dall'Aglio, nel 2018 è nata La ferita nascosta – come

Mio padre2024-03-01T10:03:06+01:00

Opα

Opα, la prima produzione della società Room to Rent, pone le basi per un approccio artistico che si nutre inizialmente di un'esplorazione dell'identità che attinge alle origini - geografiche, identitarie, di genere - ma che è anche attratto da un rapporto diretto con il pubblico durante la performance, permettendo all’interazione con il pubblico di essere immediata e integrando l''inatteso' nel discorso, sfumando così i confini tra realtà e finzione. Il piacere che guida la performance, l'intuizione e la necessità come base creativa hanno tutti guidato l'autorialità scenica da cui Mélina Martin ha gradualmente creato la propria produzione. La figura di Elena mette in gioco la questione della bellezza. I vari testi, scritti nel corso dei millenni, le  conferiscono un carattere ambiguo, la sua storia è a volte oscura, a volte contraddittoria. È stata presa con la forza da Paride? O ha ceduto all'amore a prima vista? È manipolata o manipolatrice? Attiva o passiva? Pura o puttana? Felice o infelice? Solo una cosa è certa: Hélène è bellissima. Attraverso lei voglio mettere in discussione, sul palcoscenico, il potere dell'aspetto fisico. Uno dei punti di forza di Hélène sul palco è quello di giocare con i pensieri dello spettatore. Dicendo "Sono la donna più bella del mondo", la sua immaginazione è subito collegata. Fingendo di incarnare la sua fantasia, creo delle aspettative. Poi spingo il cliché un po' oltre, rivelando la sua mostruosità. Le aspettative vengono deluse, lo spettatore è fuorviato. Il mio legame più diretto con la figura di Elena deriva dalle mie origini. Anch'io sono greca. Greca per metà. Amo la Grecia e amo il mio lato greco, che mi nutre tanto sul palco quanto nella vita. È dalla "mia Grecia” che attingo la solarità e la gioia di vivere. Mi spinge sul palco. Per altri sembra che recitino con coraggio, io faccio appello alla mia Grecia. Attingo dai miei ricordi, dalla mia musica, dai miei incontri, dalla mia famiglia, dalle risorse, dalla sensibilità, dai modi di fare le cose, di comprendere e risolvere. Li uso come motori della recitazione, come materiale teatrale. La mia Grecia costituisce un materiale vivente e gioioso da cui posso attingere e che arricchisce la mia pratica attoriale. Ma è come esule dal mio paese del cuore che arrivo ad apprezzarlo nella sua interezza. Esiliata come Elena a Troia per dieci anni, prima di essere riportata a Sparta. Anche lei è stata sopraffatta dalla nostalgia? Locandina di e con Mélina Martin collaborazione artistica Jean-Daniel Piguet luci Leo Garcia produzione Compagnie Room To Rent coproduzione Arsenic – centre d’art scénique contemporain, PREMIO – prix d’encouragement pour les arts de la scène SPETTACOLO IN LINGUA ORIGINALE SOVRATITOLATO IN ITALIANO Durata 50' senza intervallo

Opα2024-04-02T17:58:18+02:00

Dei figli

Dei figli conclude la trilogia In nome del padre, della madre, dei figli, provando a ragionare su quella strana generazione allargata di “giovani” tra i 18 e i 45 anni che non ha intenzione di dimettersi dal ruolo di figlio. Non tutti, per fortuna, e non in ogni parte del mondo. Ma in Italia sì, e sono tanti. Una casa che è limbo, che è purgatorio, per chiunque vi passi ad abitare. Vite in transito che sostano il tempo necessario - un giorno o anche una vita - pagano un affitto irrisorio e in nero e questo li lascia liberi di scegliere quanto stare, quando andare. Solo uno sosta lì da sempre: Gaetano, il titolare dell’affitto. Al  momento, le vite in casa sono quattro. Vediamo tutti gli ambienti come se i muri fossero trasparenti. La casa è fluida, come le vite che vi abitano. Le uniche certezze sono quattro monitor di design, bianchi, come enormi smartphone. Su ognuno di essi stanziano, incombenti, le famiglie di origine degli abitanti:  genitori, sorelle, cugini… Mario Perrotta Una delle grandi mutazioni antropologiche del nostro tempo riguarda la cronicizzazione dell’adolescenza. Se prima la giovinezza era legata alla pubertà e si concludeva con la fine dell’adolescenza, oggi l’adolescenza non è più il riflesso psicologico della “tempesta” psicosessuale della pubertà bensì una condizione di vita perpetua che tende a cronicizzarsi.  Quando questo accade in primo piano è la difficoltà del figlio di accettare la separazione dai genitori per riconoscersi e viversi come adulto. Il nuovo spettacolo di Mario Perrotta indaga queste e altre sfumature dell’esser figlio sine die, senza però dimenticare la forza, lo splendore e l’audacia  straordinaria della giovinezza. Massimo Recalcati Premio Ubu 2022 Miglior nuovo testo/scrittura drammaturgica Dalila Cozzolino finalista ai Premi Ubu 2022 come Miglior Attrice Under 35 Locandina uno spettacolo di Mario Perrotta consulenza drammaturgica Massimo Recalcati con Luigi Bignone, Dalila Cozzolino, Matteo Ippolito, Mario Perrotta e in video Arturo Cirillo, Alessandro Mor, Marta Pizzigallo, Paola Roscioli, Maria Grazia Solano e in audio Saverio La Ruina, Marica Nicolai, Paola Roscioli, Maria Grazia Solano aiuto regia Marica Nicolai costumi Sabrina Beretta luci e scene Mario Perrotta video Diane, Ilaria Scarpa, Luca Telleschi mashup Vanni Crociani, Mario Perrotta realizzazione scene Fabrizio Magara sarta Maria Isabel Anaya foto Luigi Burroni produzione Teatro Stabile di Bolzano, Fondazione Sipario Toscana Onlus, La Piccionaia Centro di Produzione Teatrale, Permàr in collaborazione con Comune di Grosseto, Teatro Cristallo, Olinda residenza artistica, La Baracca – Medicinateatro, Duel Durata 85' senza intervallo

Dei figli2024-02-29T16:16:22+01:00
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