AMLETO
Note di regia
Mi pare, e lo dico con rammarico, che ci sia ancora bisogno di ribadire i perché del teatro. E con teatro intendo l’unico che conosco, quello che non si accontenta di ripetere il passato come una reliquia, quello che non valuta la propria esistenza con l’applausometro, come se fosse un qualunque format televisivo. Il teatro non può e non deve ragionare intorno alla percezione del proprio gradimento o nascondersi dietro la ricerca di un facile consenso. Questo significherebbe abdicare al proprio scopo sociale. La sua ragione d’essere non sta nell’approvazione, ma nella necessità. Chi ha messo, come me, la propria vita nelle mani del teatro soffre nel vedere il proprio amore trattato con superficialità, ridotto a intrattenimento o, ancora, chiuso volontariamente a nicchie di pubblico sempre più piccole, come se non bastasse a se stesso. Come se, in questo nuovo secolo e in questo nuovo millennio, fosse indispensabile rivalutare a ogni costo la forza di quest’arte, dimenticandosi che è uno dei pochi strumenti rimasti in grado di tenere viva e alimentare la coscienza collettiva.
È un dolore sottile, che si rinnova ogni volta che vedo il palco usato ignorando la sua potenza, e non come un luogo in cui si rischia qualcosa. E allora ecco che le parole di Amleto possono venirci incontro. Possono ricordarci, con la forza delle battute che Shakespeare affida al suo principe, che bisogna «trattare bene gli attori, perché sono l’essenza di un’epoca», non intrattenitori, ma corpi attraverso cui la società può ancora guardarsi allo specchio. E sempre le sue parole possono suggerirci che per smascherare la corruzione del re, per rappresentare le nefandezze di chi ci governa, di chi ci uccide il padre e ci fotte la madre, abbiamo bisogno di una trappola, una trappola per topi, una trappola chiamata teatro.
Perché «il teatro è la trappola per catturare la coscienza del re». Il palcoscenico diventa il sostituto della piazza, luogo dove spernacchiare il potere. È un congegno che costringe chi guarda a un confronto con la propria colpa. Quando lo spettatore si siede in sala sta già accettando di specchiarsi in quello che vedrà sul palco, senza sapere quale riflesso gli sarà restituito. Ecco allora il senso del teatro oggi: una trappola indispensabile, contro ogni rifugio museale. Un luogo dove la sincerità - sempre fragile e sfuggente - può trovare per un istante il modo di rivelarsi. In questo, Amleto rimane nostro contemporaneo: perché ci ricorda che il teatro non serve a rassicurare, ma a catturare. Non a confortare, ma a risvegliare.
Per fare questo ho scelto i miei magnifici sette: un cast di sette possibili Amleti e capitanati da Mario Pirrello, in grado di raccontare una distanza indispensabile dall’identikit del personaggio, ma al tempo stesso un’adesione speciale con l’anima del principe di Danimarca. È un altro concetto che possiamo rispolverare grazie a questo capolavoro inesauribile: scegliendo il teatro non ci si accontenta della forma, del maledetto biopic che attanaglia la nostra epoca, dove ogni spettacolo sembra ridursi a cronaca travestita da arte o a una indesiderata confessione di un ego.
Ho preso le distanze dalla verità intesa come copia del reale. Non cerco il principe come ci siamo abituati a pensare debba essere, né il dolore come deve apparire. Ho costruito un mondo altro, un artificio dichiarato, per consentire un avvicinamento condiviso attraverso la rappresentazione.
È un paradosso che appartiene da sempre al teatro: più si dichiara finto, più riesce a toccare il vero.
Più il guscio di noce è artefatto, più forte sarà lo svelamento. «Tutto questo sembra, perché questo si può recitare. È la veste, è la scena, del dolore. Ciò che è in me va oltre lo spettacolo» è la chiave di volta. È lì, in quell’oltre, che si colloca il nostro lavoro. Non nel sembrare, ma nel mostrare i limiti del sembrare. Non nel recitare, ma nel lasciare che la recita riveli ciò che sfugge. Lo spettacolo non pretende di mostrare la verità: vuole accompagnare fino a quel punto in cui lo spettatore si accorge che la verità non sta sulla scena, ma nella risonanza che la scena provoca, non si mostra, appunto, ma può rivelarsi – come direbbe Shakespeare – agli occhi degli spettatori più sensibili.
Il teatro, così, torna a essere luogo di condivisione. Un luogo dove si riconosce che il dolore ha sempre una veste, che il lutto ha sempre una forma, ma che la sostanza resta invisibile, ci supera. Il compito degli attori è restituire la veste, il compito del pubblico è percepire l’oltre. E in questo cortocircuito il teatro ritrova la sua forza.
Leonardo Lidi
Locandina
AMLETO
di William Shakespeare
traduzione e adattamento Diego Pleuteri
regia Leonardo Lidi
con (in ordine alfabetico) Alfonso De Vreese, Ilaria Falini, Christian La Rosa, Rosario Lisma, Nicola Pannelli, Mario Pirrello e Giuliana Vigogna
scene e luci Nicolas Bovey
costumi Aurora Damanti
suono Claudio Tortorici
cura movimenti scenici Riccardo Micheletti
puppets Damiano Augusto Zigrino e Silvia Fancelli
produzione Teatro Stabile Torino - Teatro Nazionale
con il sostegno di Fondazione CRT
Durata 2 ore senza intervallo


















