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Rovesciando le parole del poeta di Pieve di Soligo stesso che chiamò la propria raccolta di versi IX Ecloghe del 1962 “un presuntuoso omaggio alla grande ombra di Virgilio”, questa nostra undicesima ecloga – una in più di quelle contenute nelle Bucoliche virgiliane – è un presuntuoso oltraggio rivolto alle grandi ombre di Virgilio, di Zanzotto e di ogni poeta che in staffetta supera chi col testimone da lontano ha fatto luce non per sé ma per gli altri in avanti. Qui la tradizione è sottoposta ad oltranza per mettere a rischio se stessi più dei propri padri, per stare in precario equilibrio sopra una crepa, tra soglia e soglia tra l’aura del passato e il disincanto cui la poesia va incontro in questa società oltre l’umano. Ultra moderno e antichissimo a un tempo, Zanzotto sa bene che la letteratura è come un coro di voci di morti. Questa consapevolezza si estende e coincide in coscienza della faglia su cui si cammina. Zanzotto indica i sintomi di una malattia in corso. È una crisi di “un’idea dell’uomo rimasta abbastanza stabile per millenni”. Se Pasolini attribuisce la mutazione antropologica ancora a una dinamica di classe, con l’idea di genocidio culturale che sancisce la fine del millenario mondo contadino, Zanzotto in questa gara estrema lo supera su un piano ecologico e planetario. Pasolini descrive la sua apocalissi in una prospettiva antropocentrica. Al contrario, nel contesto di una lucidissima visione della devastazione climatica definitiva, Zanzotto cala la sua riflessione in un tempo non umano, quello perturbante delle ere geologiche.