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Totale libertà di movimento, echi di suoni ancestrali, proiezioni futuribili, frammenti di storie lontane, talismani di terre arcane: tutto questo, ma anche molto altro ancora, è Giornale di Bordo, un superquartetto che annovera tra le proprie file tre musicisti nati in Sardegna e un afroamericano venuto da Chicago. Il che si traduce in un caleidoscopico mix di suoni, ritmi e colori che non ammette semplicistiche definizioni, di jazz o world music. La musica di Giornale di Bordo è sì jazz, nella sua accezione più ampia e avventurosa, e “musica del mondo” nelle sue molteplici declinazioni, ma è innanzitutto un inarrestabile flusso di idee che scaturiscono dalla mente e dall’estro di quattro musicisti eclettici che hanno alle spalle altrettante lunghe e importanti carriere a livello internazionale, che hanno scelto di vivere in più luoghi, ascoltare più storie, sentire più voci. Non c’è un vero e proprio leader all’interno del gruppo: tutti lo sono paritariamente. Un “regista” magari, invece, c’è, e lo sono a turno tutti e quattro, senza però nulla di preordinato a tavolino. Nei concerti si possono rinvenire temi noti, anche i Beatles di “Dear Prudence”, ma il discorso è sempre dettato dall’ispirazione e dalla creatività che anima la musica mentre prende vita. Insomma, dai sassofoni di Gavino Murgia, dal pianoforte e dalla fisarmonica di Antonello Salis, dalla chitarra sarda preparata di Paolo Angeli, dai tamburi e dai piatti di Hamid Drake c’è da aspettarsi davvero di tutto, in un gioco di invenzioni sonore sempre sorprendente, avvincente.