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Vincitore di un Grammy Award nel 2019, Brad Mehldau è uno dei nomi di maggior spicco del pianismo jazz sin dai primi anni Novanta. In tutti questi anni il suo ambito espressivo privilegiato è stato il trio, ma non sono mancate importanti collaborazioni (con Pat Metheny, Charlie Haden, Lee Konitz, Michael Brecker, Wayne Shorter, John Scofield, Joshua Redman, Charles Lloyd, Chris Thile e altri ancora) e frequenti incursioni nel piano solo. Un contesto, quest’ultimo, nel quale Mehldau sfoggia da sempre il suo lato più intimista e poetico, imprimendo la propria musicalità anche a materiali compositivi provenienti dal mondo del pop e della musica classica. Il primo album solitario risale al 1999, Elegiac Cycle, al quale ne sono seguiti diversi altri, da Live In Tokyo, registrato nella capitale nipponica nel 2003, a Live In Marciac, concerto in terra francese di due anni dopo, dal box di quattro CD 10 Years Solo Live, con registrazioni effettuate dal 2004 al decennio successivo, ad After Bach del 2014, album nel quale composizioni originali del pianista si alternano a improvvisazioni su pagine del Maestro tedesco. Al periodo del primo lockdown risale invece Suite: April 2020, registrato ad Amsterdam.

Al di là del contesto in cui opera, Brad Mehldau è prima di tutto un improvvisatore che tiene molto alla sorpresa e allo stupore che possono scaturire da un’idea musicale spontanea. Ma è anche fortemente attratto dall’architettura formale della musica. Nelle sue esecuzioni la struttura del suo pensiero musicale funge, infatti, da dispositivo espressivo. Mentre suona, ascolta come si svolgono le idee e l’ordine in cui si rivelano. Ogni brano ha un arco narrativo preciso: un inizio, una fine e qualcosa di lasciato intenzionalmente aperto.