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È uno dei trombettisti più in vista e acclamati del jazz di oggi: per popolarità può dirsi secondo solo a Wynton Marsalis, suo amico di infanzia e compagno di studi. Nato anch’egli a New Orleans, Terence Blanchard si è fatto strada suonando nell’orchestra di Lionel Hampton e nel 1982, prendendo il posto proprio dell’amico e collega concittadino, è entrato nei Jazz Messengers di Art Blakey. Da allora è stato un susseguirsi di successi, di nomination e di vittorie ai Grammy Awards, di dischi, di importanti colonne sonore, soprattutto per Spike Lee (Jungle Fever, Malcom X, La 25a ora, S.O.S. Summer of Sam – Panico a New York, Miracolo a Sant’Anna). Alla cultura e alle problematiche della sua gente è molto legato: «Arrivi a una certa età e ti chiedi: ‘Chi si alza e parla per noi?’ Poi ti guardi intorno e realizzi che James Baldwin, Muhammad Alì e il dottor King non sono più qui … e cominci a capire che tutto ti cade addosso. Non intendo dire che voglio cambiare tutto, sto solo cercando di dire la verità». La sua ricerca di un mondo migliore Terence Blanchard la porta ovviamente avanti con la musica: con l’E-Collective, formazione che batte i sentieri di un jazz elettrico dalle tinte e inflessioni funkeggianti, il trombettista ha registrato due album, il secondo dei quali dal vivo, dimensione che appare quella ideale per far emergere tutto il potenziale del leader e della sua band.