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Archie Shepp, ovvero uno degli uomini di punta del free jazz, o della new thing come dir si voglia, degli anni Sessanta. Una stagione contrassegnata, nel caso specifico, da dischi memorabili come Four For Trane (dedicato all’amico, nonché mentore, John Coltrane), Fire Music, On This Night, Mama Too Tight, Blasé, solo per fare qualche titolo. Tutti intrisi di una musicalità graffiante, specchio di tempi incandescenti, protesa verso il nuovo ma nel contempo profondamente legata alla tradizione afro-americana. Tradizione che poi il sassofonista esplorerà ancora più in profondità, anche nelle vesti di cantante.

Oggi, tagliato da poco il traguardo degli 80 anni (è nato il 24 maggio 1937 a Forth Lauderdale, Florida), Archie Shepp è icona vivente di un jazz che nel guardare alle proprie radici continua a muoversi nel presente, con grande onestà e determinazione, nonostante il trascorrere degli anni. E in questo Shepp è un esempio di coerenza, anche quando parla di musica e della sua gente: «La musica rappresenta i conflitti sociali, include valori politici, specialmente in contesti come quello attuale. Ci sono stati molti cambiamenti da quando ero giovane, incluso un presidente nero, che ho sostenuto. Ma credo che l’America abbia ancora parecchia strada da fare».

Alla sua terza partecipazione al festival jazz di Bergamo, dopo quelle del 1974 (al Palazzetto dello Sport) e del 2002 (al Donizetti), Archie Shepp non manca dunque di lanciare messaggi forti, soprattutto con la sua musica.