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Quando nel 2016 fece la sua prima apparizione a Bergamo Jazz, non erano in molti a conoscerla. Ma fu amore a prima vista, tanto che pubblico e critica la elessero a rivelazione del festival di quell’anno. Quattro anni non sono tantissimi, ma in quest’arco di tempo relativamente breve Anat Cohen ha visto crescere notevolmente il proprio prestigio internazionale. E se le affermazioni nei referendum di Down Beat, sia di critica e pubblico, non si contano più, fa invece notizia, anche se non è la prima volta che accade, la nomination ai Grammy Award (categoria “Best Large Ensemble Album”) per Triple Helix, brillante album del tentetto capitanato dalla brava clarinettista israeliana. L’album è un mix di molte cose: ritmi e melodie latine e mediorientali si sposano attorno al clarinetto della leader e alle tessiture di un ensemble strumentale dalla composita configurazione. Alla sezione fiati si accompagnano infatti violoncello, fisarmonica, vibrafono e percussioni, dando voce a un insieme dai molteplici colori diretto dall’esperto Oded Lev Ari.
Nata a Tel Aviv, trasferitasi negli Stati Uniti nel 1996 per studiare al Berklee College of Music di Boston e dal 1999 stabilitasi a New York, Anat Cohen è cresciuta in una famiglia di musicisti: i fratelli Avishai e Yuval, l’uno trombettista e l’altro sassofonista, sono anch’essi apprezzati solisti e insieme a loro Anat ha costituito i 3 Cohens, titolari di tre album. In proprio la clarinettista ha esordito nel 2005 con Place & Time, cui sono seguiti altri dischi che ne hanno consolidato la statura di leader. In Claroscuro del 2012 compare una riuscita rilettura de “La vie en rose”, mentre in Luminosa (2015) è la musica brasiliana (con brani di Milton Nascimento, Edu Lobo, Chico Buarque, Severino Araújo e Romero Lubambo) a fungere da trait d’union.